Settore
Altro
Genere
Non specificato
Base legale
Art. 8 Costituzione federale
Parole chiave giuridiche
Altro
Ambito
Diritto pubblico
Decisioni
2 Decisioni 2011 - 2017
Decisione passata in giudicato
Zugo Caso 6

Cessazione dell'attività della Commissione per le pari opportunità tra donne e uomini

DTF 137 I 305 del 21.11.2011 (ricorso di diritto pubblico)

Art. 8 cpv. 3 seconda frase Cost; art. 2 CEDAW - obbligo di promuovere la parità - abolizione commissione per le pari opportunità uomo/donna ZG Il Canton Zugo conobbe un ufficio per la parità uomo-donna introdotto nel 1991 e abolito nel mese di agosto 1995. Nel mese di novembre 1998 il Gran Consiglio decise di formare una commissione per la parità donna-uomo, per la durata di 4 anni e con un budget di fr. 100'000.00. La commissione iniziò i lavori nel mese di agosto 1999 e nel 2002 e 2006 il mandato venne prorogato di altri 4 anni, fino al 31.12.2010. Nel febbraio 2010, il Consiglio di Stato propose di portare avanti la commissione come "commissione per le pari opportunità uomo-donna" per la durata di 8 anni. Dopo aver verificato diverse varianti e alternative, il 28.10.2010 il Gran Consiglio respinse il progetto. La commissione venne pertanto abolita senza che fossero state adottate misure alternative. Contro questa decisione, svariate organizzazioni e individui presentano ricorso al Tribunale federale. Postulano l'annullamento della decisione del Gran Consiglio e chiedono di obbligare il Canton Zugo a dare seguito agli obblighi derivanti dalla costituzione federale, cantonale e dalla CEDAW per promuovere la parità effettiva tra uomo e donna, mediante il mantenimento risp. la creazione di basi legali adeguate per l'istituzione di una commissione o ufficio che dia seguito a questi obblighi. Decisione impugnabile: nessuna; la decisione di non costituire/mantenere una commissione per le pari opportunità non è una decisione impugnabile, dato che la commissione esistente è stata sciolta per decadenza dei termini; la decisione di non costituire un'alternativa non ha effetto di blocco, ritenuto che il Gran Consiglio può, in ogni momento, decidere la creazione di una commissione ecc. Non vi è pertanto un interesse legittimo all'annullamento della decisione del 28.10.2010 (consid. 1). Denegata o ritardata giustizia? (in ordine) l'art. 94 LTF (ricorso per denegata o ritardata giustizia) vale anche in caso di inattività del legislatore? Un'eventuale pretesa nei confronti del legislatore di diventare attivo non si basa sull'art. 29 Cost, ma sulla norma che contiene l'obbligo di legiferare. (consid. 2.4) Legittimazione attiva: le ricorrenti hanno esposto non solo "se", ma anche "come" il legislatore deve agire. Dato che le ricorrenti individuali risiedono nel Canton Zugo hanno potenzialmente un interesse legittimo. (in analogia con la giurisprudenza relativa all'art. 83 lit. c cifra 2 LTF) (consid. 2.5-2.6). Obbligo di agire (nel merito) L'art. 8 cpv. 3 seconda frase Cost contiene un mandato per la creazione della parità effettiva nella realtà sociale, mandato rivolto alla Confederazione, ai Cantoni e ai Comuni. Questo mandato coinvolge non solo il legislatore, ma anche l'amministrazione e la giustizia. L'art. 8 cpv. 3 seconda frase Cost. contiene un mandato di organizzazione sociale alfine di sopprimere stereotipi e strutture discriminatorie. Non è sufficiente vietare la discriminazione delle donne da parte di privati (per esempio nel mondo del lavoro), ma sono necessarie misure mirate per eliminare l'immagine di ruoli stereotipati, modelli di comportamento istituzionalizzati e gli svantaggi che ne derivano e per avviare un cambiamento della mentalità nella società. La Costituzione tuttavia non indica quali misure sono necessarie, lasciando un ampio margine di apprezzamento (consid. 3.1). La CEDAW concretizza e completa il mandato contenuto nell'art. 8 cpv. 3 Cost. Anche se le sue disposizioni (con alcune eccezioni) non sono direttamente applicabili, la convenzione non costituisce soltanto delle dichiarazioni d'intento politiche e morali, ma forma parte dell'ordinamento giuridico oggettivo. Inoltre, le norme della convenzione sono rilevanti per un'interpretazione conforme del diritto interno. (consid. 3.2). Obbligo del legislatore di agire (nel concreto) L'art. 8 cpv. 3 seconda frase Cost nonché la CEDAW, in particolare agli art. 7 ss., non lasciano agli Stati margine di apprezzamento a sapere "se" devono agire, ma soltanto "come" devono agire. Segue un'esposizione della situazione delle donne in Svizzera e nel Canton Zugo in particolare (formazione, posizione professionale, salari, grado d'impiego, strutture di accoglienza extrafamigliare, politica). (consid. 4). Misure idonee I Cantoni non hanno alcun obbligo di creare commissioni o uffici specifici (obbligo previsto solo dalla LPar per quanto riguarda la Confederazione), ma devono determinare chi é chiamato a promuovere la parità, con quali competenze e risorse. La creazione di un ufficio o di una commissione non è l'unica soluzione immaginabile. Altre possibilità possono essere: ogni direzione analizza, per il proprio campo di competenza, quali conseguenze possono avere progetti legislativi e decisioni politiche in relazione all'obiettivo della parità effettiva tra i sessi. Ciò può essere realizzato mediante l'adozione di direttive, l'introduzione di una procedura di controlling, procedure speciali di consultazione, la formazione mirata dei quadri, l'assunzione di delegati alla parità nelle direzioni, unitamente ad un coordinamento centrale (per esempio a cura della cancelleria). La maggior parte di queste misure rientrano nelle competenze del Consiglio di Stato e possono essere realizzate anche senza interventi legislativi. (consid. 5.2). Analisi dei vari enti citati dal Canton Zugo: non hanno un mandato di promozione della parità tra i sessi oppure sono privati. Non è chiaro se, in che forma e da parte di chi, dopo l'abolizione della commissione, verranno elaborati, sostenuti e finanziati progetti per promuovere la parità. La rinuncia ad ogni misura per la realizzazione della parità è contraria alla costituzione. (consid. 5). Portata della raccomandazione no. 28 relativa all'art. 2 CEDAW di gennaio 2011 Nel mese di gennaio 2011 la Commissione CEDAW ha adottato la raccomandazione no. 28 concernente gli obblighi fondamentali degli stati contraenti derivanti dall'art. 2 CEDAW, che rileva tra l'altro: "... Inoltre, la politica deve fare in modo che degli organismi solidi e mirati (un dispositivo nazionale di promozione della condizione femminile), emanazione del potere esecutivo, siano incaricati di prendere iniziative, di coordinarle e di supervisionare l'adozione e la realizzazione dei testi di legge, politiche e programmi necessari per dare seguito agli obblighi che la Convenzione impone agli Stati contraenti. Questi organismi devono essere abilitati a fornire consigli e studi direttamente alle alte sfere dello Stato. La politica dovrà parimenti prevedere la creazione di organismi indipendenti di osservazione, quali istituti nazionali di difesa dei diritti dell'uomo o una commissione femminile indipendente, oppure la presa a carico da parte di istituzioni nazionali esistenti per la promozione e la protezione dei diritti garantiti dalla Convenzione." Per quanto riguarda la Svizzera in particolare, nelle sue osservazioni conclusive, il comitato CEDAW (nota 22), ha rilevato come gli organi nazionali esistenti deputati al promovimento della donna debbano essere dotati della necessaria autorità, visibilità, nonché di risorse umane e finanziarie atte a promuovere efficacemente le pari opportunità e l’affermazione delle donne a tutti i livelli. Raccomanda inoltre esplicitamente l’istituzione di uffici per le pari opportunità in tutti i Cantoni. Queste raccomandazioni esprimono l'opinione concordante dei membri del comitato CEDAW e in quanto tali costituiscono una fonte importante per l'interpretazione della convenzione. Le raccomandazioni citate confermano che tutti i livelli statali, cioè non soltanto la Confederazione, ma anche i Cantoni, hanno l'obbligo di applicare la convenzione e di creare le misure organizzative adatte a tale scopo. Devono disporre di uffici dotati di conoscenze specialistiche, competenze e risorse tali da poter adempiere efficacemente ai compiti stabiliti dalla convenzione. (consid. 6). In conclusione il Canton Zugo, sulla base dell’art. 8 cpv. 3 seconda frase Cost. fed. in relazione con il § 5 cpv. 2 Cost. cant./ZG e l’art. 2 lit. a CEDAW è tenuto a prevedere misure alternative all’abolizione dell’attuale commissione per la parità rispettivamente per le pari opportunità tra donne e uomini. Per contro, le norme citate non impongono una misura istituzionale determinata: la sua scelta rientra nell’apprezzamento del Cantone. Quest’ultimo non è pertanto obbligato a creare una commissione o un ufficio, ma può perseguire la realizzazione del mandato costituzionale anche con altri mezzi. Pubblicazione della sentenza nel sito del Tribunale federale (www.bger.ch)

Categorie: CEDAW, Cost, Misure istituzionali, LPar art. 16


DTF 1C_504/2016 del 19.10.2017 (ricorso di diritto pubblico)

Art. 8 cpv. 3 seconda frase e 35 Cost; art. 2 lit. a CEDAW - obbligo di promuovere la parità - ricorso per denegata giustizia (Canton Zugo) Con DTF 137 I 305 del 21.11.2011, il TF avava sancito che il Canton Zugo, sulla base dell’art. 8 cpv. 3 seconda frase Cost. fed. in relazione con il § 5 cpv. 2 Cost. cant./ZG e l’art. 2 lit. a CEDAW è tenuto a prevedere misure alternative all’abolizione dell’allora commissione per la parità rispettivamente per le pari opportunità tra donne e uomini. Per contro, le norme citate non impongono una misura istituzionale determinata: la sua scelta rientra nell’apprezzamento del Cantone. Quest’ultimo non è pertanto obbligato a creare una commissione o un ufficio, ma può perseguire la realizzazione del mandato costituzionale anche con altri mezzi. Il 22 marzo 2016, il governo cantonale propose una legge cantonale sulla parità uomo-donna. Il Gran Consiglio non entrò nel merito. Il 31 ottobre 2016, alcune persone presentano quindi ricorso per denegata giustizia chiedendo di accertare che il Canton Zugo non dà seguito ai suoi obblighi derivanti dagli art. 8 cpv. 3 e 35 Cost, dalla Costituzione cantonale e dalla CEDAW. Eventualiter chiedono di obbligare il Cantone ad ancorare nella legge diverse misure e mettere a disposizione le risorse necessarie per la loro attuazione, tra cui misure per la parità salariale nel Cantone e nell'amministrazione cantonale nonché nell'ambito delle commesse pubbliche; il piano di misure da tempo prospettato; misure per il rafforzamento della rappresentanza femminile in ambito politico. Il governo cantonale fa valere di avere nel frattempo adottato un'ordinanza sulla parità uomo-donna e diverse misure a favore della parità tra i sessi, per cui il ricorso sarebbe privo di oggetto. Consid. 1 - ammissibilità del ricorso, tra cui: Competenza del TF per il ricorso per denegata giustizia in analogia all'art. 87 cpv. 1 LTF (consid. 1.2). I ricorrenti chiedono di accertare che il Cantone non ha neppure intrapreso gli atti preparatori per far fronte ai propri obblighi derivanti dalla CEDAW, questione che il TF può giudicare senza interferire nello spazio di apprezzamento del Cantone (consid. 1.4). Consid. 2 - interesse attuale, dato che nel frattempo il governo cantonale ha adottato un'ordinanza e un piano di misure? Consid. 3 - Il TF esamina dapprima se l'ordinanza governativa, in mancanza di una base legale formale (respinta dal parlamento cantonale) è valida e quindi atta ad adempiere agli obblighi derivanti dalla Costituzione e dalla CEDAW. Se cioè per l'adozione di misure concrete è necessaria una base legale formale o se si tratta di un compito di esecuzione, di competenza del governo. Conclude che l'ordinanza costituisce perlomeno una soluzione transitoria ammissibile, dato che si limita ad una regolamentazione minimale delle competenze all'interno dell'amministrazione, rispettando le decisioni del parlamento e le competenze governative. Regolamentazioni ulteriori però necessitano di una base legale formale, dato che si tratta di un tema conteso e con stretti legami con diritti fondamentali. (consid. 3.4) Il TF esamina quindi se la regolamentazione minima contenuta nell'ordinanza, eventualmente unitamente al piano delle misure, sia sufficiente per dar seguito agli obblighi sanciti dalla Costituzione e dalla CEDAW: Le ricorrenti ritengono che l'ordinanza non costituisca un contributo efficace alla realizzazione della parità, dato che non vengono messe a disposizione risorse né di personale né finanziarie. Il piano delle misure inoltre costituisce un documento unicamente interno, giuridicamente non vincolante. Secondo il TF il governo cantonale ha stabilito in modo vincolante come, da parte di chi e con quali mezzi il mandato per la realizzazione della parità debba essere adempiuto. Ciò vale anche se il piano delle misure non è ancora stato reso pubblico. Una pubblicazione dovrebbe però avvenire per dare alla politica cantonale a favore della parità uomo-donna la necessaria visibilità (citando le raccomandazioni del comitato CEDAW al 3. rapporto svizzero, nota no. 22). (consid. 4.3) Non è per contro chiaro se i servizi competenti secondo l'ordinanza sulla parità dispongano delle risorse personali e materiali per poter realizzare efficacemente il mandato. Il piano delle misure contiene comunque alcune misure importanti quali l'aumento della presenza femminile nelle posizioni di quadro nell'amministrazione cantonale, misure per la conciliabilità lavoro-famiglia (lavoro a domicilio, tempo di lavoro annuo, promozione tempi parziali in posizioni di quadro) che possono essere realizzate nell'ambito del budget attuale. Contributi dal fondo lotteria non possono servire per il finanziamento di misure statali, ma non è escluso che possano essere concessi a organizzazioni private attive a favore della parità uomo-donna. Il TF ricorda che nella sua sentenza 137 I 305 aveva sottolineato come siano necessarie competenze specifiche e che le misure adottate debbano essere evaluate per verificarne l'efficacia. Indicazioni che l'ordinanza non contiene e che dipendono quindi in larga misura dalla volontà politica e dall'impegno di governo e amministrazione. (consid. 4.4) Il Cantone ha quindi creato la base minima per portare avanti la politica a favore della parità dopo l'abolizione della commissione cantonale, anche se non si può affermare con certezza che l'ordinanza sarà sufficiente per una realizzazione efficace del mandato. Il Cantone non è comunque rimasto inattivo, per cui la domanda di accertamento va respinta rispettivamente è diventata priva di oggetto. (consid. 4.5) Quanto alla domanda di accertare la ritardata giustizia: Un'inattività inutilmente lunga violerebbe gli obblighi derivanti da Costituzione e CEDAW.  Il Cantone ha chiesto pareri e istituito un gruppo di lavoro, nessuna ritardata giustizia. (consid. 5) Richieste eventuali (adozione di misure concrete): Senza indicazioni legislative chiare e concrete, che qui mancano, il Tribunale federale non è competente per ordinare misure o completarle. (consid. 6) Dato che il ricorso per denegata ipotesi è stato presentato dopo il rifiuto del parlamento cantonale di introdurre una legge cantonale sulla parità, quando non era ancora in vista alcuna misura in sostituzione della commissione per la parità a suo tempo abolita, il TF rinuncia a prelevare spese di giustizia e alle ricorrenti è riconosciuta un'indennità per ripetibili, ancorché ridotta. (consid. 7) Pubblicazione della sentenza nel sito del Tribunale federale (www.bger.ch) Commento: E' facile accertare se un Cantone è rimasto inattivo, ma una volta che si è attivato, è difficile accertare se un atto legislativo cantonale sia sufficientemente efficace e completo tale da adempiere agli obblighi costituzionali e di diritto internazionale.

Categorie: CEDAW, Cost, Misure istituzionali

Sviluppo del procedimento

21.11.2011
Das Bundesgericht weist die Beschwerde ab
Die Beschwerdeführenden – die Partei Alternative, die Grünen Zug, die Christlich-soziale Partei Zug und die Sozialdemokratische Partei des Kantons Zug, die Juristinnen Schweiz, der Gewerkschaftsbund des Kantons Zug, die OFRA Zug sowie zwölf Einzelpersonen – wehren sich gegen die Abschaffung der Kommission für Chancengleichheit von Frau und Mann des Kantons Zug. Der Kanton beschloss 1995, das vier Jahre zuvor eingeführte Büro für die Gleichstellung von Frau und Mann wieder abzuschaffen. 1998 wurde, befristet bis 31. Dezember 2010, eine Kommission für die Gleichstellung eingerichtet. Im Februar 2010 schlägt der Regierungsrat vor, die Kommission unter neuem Namen für acht Jahre weiterzuführen. Die Staatswirtschaftskommission beantragt Nichteintreten, da sie eine solche Stelle nicht für notwendig hält. Der Kantonsrat lehnt daraufhin am 28. Oktober 2010 die Weiterführung der Kommission knapp – mit 37 zu 36 Stimmen – ab.
Die Beschwerdeführerinnen machen vor Bundesgericht geltend, dass sich aus Art. 8 Abs. 3 Satz 2 BV sowie aus der kantonalen Verfassung (Art. 5 Abs. 2 KV) ein Auftrag zur Förderung und Verwirklichung der tatsächlichen Gleichstellung von Frau und Mann ableiten lässt. Dies ergebe sich auch aus den völkerrechtlichen Verpflichtungen der Schweiz gemäss Art. 2 lit. a CEDAW-Übereinkommen (Übereinkommen zur Beseitigung jeder Form von Diskriminierung der Frau von 1979). Sie beantragen, dass der Kanton verpflichtet werden soll, den Verfassungsauftrag zu erfüllen, die völkerrechtlichen Verpflichtungen aus dem CEDAW-Übereinkommen umzusetzen und eine Kommission und/oder eine Fachstelle zu schaffen, die den Geschlechtergleichstellungsauftrag wahrnimmt.

Das Bundesgericht überprüft, ob die kantonalen Gesetzgeber in rechtswidriger Weise untätig geblieben sind. Diese materiell-rechtliche Prüfung der Beschwerde ist möglich, da sich die Beschwerdeführerinnen auf einen hinreichend bestimmten Auftrag in der Verfassung und im CEDAW-Übereinkommen berufen. Das Bundesgericht hält anhand von Statistiken und Berichten fest, dass die Gleichstellung im Kanton Zug noch nicht erreicht und der Gleichstellungsauftrag aus der Verfassung und dem CEDAW daher nicht erfüllt ist.
Das Bundesgericht führt aus, dass sich aus Art. 8 Abs. 3 Satz 2 BV ein Sozialgestaltungsauftrag ableiten lasse. Wie die konkreten Massnahmen und Instrumente zur Erfüllung dieses Auftrags aussehen sollen, ergibt sich jedoch nicht aus der Verfassung. Die meisten Kantone haben sich zur Einführung von Gleichstellungsbüros und Kommissionen entschieden, es können jedoch auch andere Massnahmen zielführend sein. Das Bundesgericht denkt hierbei etwa an den Erlass von Richtlinien, Kaderschulungen oder die Anstellung von Fachpersonen.
Das CEDAW-Übereinkommen hält die Vertragsstaaten dazu an, Institutionen zur Überwachung der Gleichstellung zu schaffen. Dies gilt sowohl für den Bund als auch für die Kantone. Es ergibt sich jedoch auch daraus keine verbindliche Vorgabe für eine konkrete Einrichtung.
Das Bundesgericht kommt zum Schluss, dass sich weder aus der Verfassung noch aus dem CEDAW-Übereinkommen verbindliche Vorgaben für eine bestimmte organisatorische Einrichtung entnehmen lassen und lehnt die Beschwerde ab. Es hält den Kanton Zug jedoch dazu an, Gleichstellungsprojekte zu erarbeiten und zu finanzieren, um dem verfassungs- und völkerrechtlichen Verpflichtungen zur Gleichstellung von Frau und Mann nachzukommen. Der Kanton Zug muss daher eine Ersatzlösung präsentieren.


Das Bundesgericht weist die Beschwerde ab. Der Kanton Zug ist verpflichtet, einen Ersatz für die bisherige Kommission vorzusehen. Die Wahl der institutionellen Massnahme liegt im Ermessen des Kantons. Es werden keine Gerichtskosten erhoben und keine Parteientschädigungen gesprochen.


BGE 137 I 305 / Bundesgerichtsentscheid 1C_549/2010
19.10.2017
Das Bundesgericht weist die Beschwerde ab, soweit es darauf eintritt

Gemäss Bundesgerichtsurteil aus dem Jahr 2011 kann der Kanton Zug nicht zur Wiederherstellung bzw. Schaffung einer Gleichstellungskommission oder –fachstelle verpflichtet werden. Das Bundesgericht hatte jedoch klar festgehalten, dass der Kanton eine Ersatzlösung treffen müsse, „d.h. er müsse vorsehen, von wem, wie und mit welchen Mitteln der Gleichstellungsauftrag künftig umgesetzt werden solle. Ein Verzicht auf staatliche bzw. staatlich geförderte Gleichstellungsmassnahmen wäre verfassungswidrig“ (BGE 1C­_504/2016). In der Folge schlug der Regierungsrat im März 2016 ein kantonales Gesetz über die Gleichstellung von Mann und Frau vor. Auf die entsprechende Vorlage tritt der Kantonsrat im September desselben Jahres jedoch knapp nicht ein. Daraufhin gelangen im Oktober 2016 insgesamt 19 Personen erneut mit Beschwerde an das Bundesgericht. Sie führen aus, der Kanton Zug habe noch keinen Ersatz für die bisherige Gleichstellungskommission eingeführt und damit eine Rechtsverweigerung oder zumindest eine rechtlich nicht akzeptable Rechtsverzögerung begangen. Der Kanton sei damit seinen Verpflichtungen zur Förderung und Verwirklichung der Gleichstellung von Frau und Mann nicht nachgekommen und habe auch keine Massnahmen eingeleitet, welche die Umsetzung dieser Verpflichtung vorbereiten könnte.
Die Direktion des Innern des Kantons Zug als Beschwerdegegnerin vertritt in ihrer Vernehmlassung die Ansicht, dass ausreichend Massnahmen im Bereich Gleichstellung gewährleistet seien. Nachdem der Kantonsrat nicht auf das Gesetz über die Gleichstellung eingetreten ist, sei im November 2016 eine Verordnung zur Gleichstellung von Frau und Mann sowie ein Massnahmenplan erlassen worden. Bis zum Erlass dieser Verordnung habe der Kanton seit 2012 trotz fehlender Rechtsgrundlage verschiedene Projekte im Bereich der Gleichstellung umgesetzt; so zum Beispiel zur Förderung des Kinderbetreuungsangebots oder familienfreundlichen Arbeitsbedingungen. Seit dem Bundesgerichtsentscheid von 2011 hätten sich Regierung und Verwaltung in mindestens 40 Geschäften mit der Thematik Gleichstellung befasst. Deshalb beantragt der Kantonsrat, die Beschwerde sei gegenstandslos und somit abzuschreiben.
Die Beschwerdeführenden sehen in dieser kantonalen Verordnung keinen effektiven Beitrag an die Geschlechtergleichheit, da keine personellen Ressourcen und kein Budget für die Förderung der Gleichstellung bereitgestellt worden seien. Zudem sei der Massnahmenplan nicht veröffentlicht worden, was an seiner Verbindlichkeit zweifeln lasse. In diesem Licht betrachtet erachten die Beschwerdeführenden die kantonale Gesetzgebungstätigkeit als blosse «Lippengeständnisse ohne konkrete Auswirkungen».



Das Bundesgericht prüft vorerst, ob die Verordnung zur Gleichstellung von Frau und Mann von 2016 trotz fehlender formell-gesetzlicher Grundlage rechtsgültig erlassen werden konnte. Wäre dies nicht der Fall, so wäre sie von vornherein ungeeignet, den verfassungs- und völkerrechtlichen Regelungsauftrag zu erfüllen. Laut Bundesgericht spricht für die Notwendigkeit eines formellen Gesetzes, dass Massnahmen betreffend Gleichstellungsgesetz im Kanton Zug offensichtlich politisch umstritten sind. Das Bundesgericht zieht dann allerdings in Betracht, dass sich zum Beispiel in den Kantonen Zürich und Genf ähnliche Regelungen ebenfalls nur auf Verordnungsstufe finden. In den Kantonen Graubünden und Appenzell-Ausserrhoden wird die Gleichstellung sodann lediglich in Verwaltungsorganisationserlassen erwähnt und die Verantwortung einer Verwaltungseinheit zugewiesen. Im Kanton Aargau wiederum findet sich für die Fachstelle Familie und Gleichstellung weder im Organisationsgesetz noch in der entsprechenden Verordnung ein ausdrücklicher Hinweis. Gemäss Bundesgericht ist damit in der Gleichstellungsverordnung eine zulässige Lösung, um den seit Oktober 2010 bestehenden regungslosen Zustand zu ändern, zu sehen. Es hält fest, dass die Verordnung «die minimale organisatorische Basis für die Fortführung der Zuger Gleichstellungspolitik nach Abschaffung der Gleichstellungskommission geschaffen hat». Der Kanton ist somit nicht untätig geblieben, auch wenn nicht ohne Weiteres feststehe, ob die nach Gleichstellungsverordnung zuständigen Stellen über die notwendigen personellen und sachlichen Ressourcen verfügen. Auf die Forderung seitens der Beschwerdeführenden nach weitergehenden Massnahmen geht das Bundesgericht nicht ein, da dies den Rahmen des gerichtlichen Rechtsschutzes sprenge. So ist es in erster Linie Sache des kantonalen Gesetz- und Verordnungsgebers, entsprechende Gesetzgebungsaufträge umzusetzen und zu konkretisieren. Auch könne es einem Kanton «bei beschränkten finanziellen und personellen Ressourcen nicht verwehrt sein, Schwerpunkte zu setzen und gewisse Gleichstellungsanliegen zurückzustellen». Ohne klare und konkrete rechtliche Vorgaben könne das Bundesgericht somit nicht selber Massnahmen anordnen oder solche ergänzen.

Das Bundesgericht weist die Beschwerde ab, soweit darauf einzutreten ist bzw. sie nicht gegenstandslos geworden ist. Es werden keine Kosten erhoben. Der Kanton Zug hat die Beschwerdeführenden für das bundesgerichtliche Verfahren mit insgesamt 2'000 Franken zu entschädigen, da die Beschwerde zu einem Zeitpunkt erhoben wurde, als noch keine Ersatzlösung für die 2010 weggefallene Gleichstellungskommission vorlag.

Bundesgerichtsentscheid 1C_504/2016